Astratti furori

…viaggio di ritorno…

Posted in ...furori cosmici... by maelström on mercoledì, 2 febbraio 2011 0:17 CEST

Domenica sera ho lasciato il “bioparco” per tornare a Roma. È il termine col quale ormai definisco la città in cui sono cresciuto (ed in effetti è incredibile la somiglianza tra la deambulazione eretta del gorilla di Port Lympne e l’andatura ondivaga di certi abitanti). Alla stazione, passeggiando sulla banchina, scorgo il solito indesiderato “amico” che … sono tornato solo per il week-end … la prossima volta ci vediamo sicuramente … ti faccio uno squillo io … non c’è bisogno che mi dai il tuo numero sono sicuro che sei sull’elenco. Salgo finalmente sul Frecciargento e scopro che il mio posto (prenotato) è occupato da un altro il cui posto è occupato da un altro il cui posto è occupato da un altro ancora. E così a valanga, in un effetto a cascata che investe tutto il treno. Inizia quindi uno spostamento tra sedili simile al gioco del quindici. Alla fine, scopro che la farfalla che ha battuto le ali e ha scatenato il terremoto è un diciannovenne dallo sguardo bovino e dei tic da psicopatico, il quale ha sbagliato carrozza “ma intanto mi ero sistemato qui”. Così, per ogni persona che sale alle fermate intermedie ed è costretta a cercarsi il posto col lanternino, io gli lancio delle occhiate di fuoco nell’intento di renderlo conscio del suo errore, ma tutto ciò che suscito è un vigoroso strusciamento di naso che dura per cinque minuti buoni accompagnato da terribili spasmi del viso. Lo odio ad alta velocità. A Foggia sale una signora a cui devo sistemare le valige; si siede, si addormenta, russa sonoramente, e quando si sveglia prende a fissarmi torva come se fossi un feto mostruoso immerso in formaldeide. La tizia a fianco a me, coperta dal giaccone a mo’ di piumone, in coma dall’inizio alla fine del viaggio, decide di trovare nella mia spalla un valido appoggio per la sua testa. Nonostante tutto ciò, e nonostante il simpatico olezzo di letame—regalo della campagna che attraversiamo—che, per quanto il treno sia sigillato ermeticamente come la tuta di un astronauta, trova, tenace, la via d’ingresso e la strada verso le tue narici; insomma, nonostante tutto ciò, riesco a leggermi buoni tre quarti di Una vita come le altre di Bennett. Sbarco nella capitale e, dopo aver fatto la solita fila impossibile parlando nel solito codice Morse coi tassisti, riesco a ficcarmi in una Multipla; sguardo fisso sul tassametro, do sfogo a tutte le mie doti telecinetiche nel tentativo di rallentarlo, mentre mi faccio scarrozzare a casa. È gradevole beccare l’onda verde quando si è in taxi, ma non serve a scongiurare il salasso. Quando i led rossi (che a volte—sarò strano—mi sembra sghignazzino) segnano la cifra tonda del dieci sospiro pensando che tra soli cinque euro sono a casa. Quindici e cinquanta (ma se non ha i 50 non fa niente—lo sai, tassista, che sei simpatico?). Vedo passarmi davanti il 170, con una scritta pubblicitaria di lato che, non so cosa dica realmente, ma io leggo “e dire che io non ti sarei costato niente, coglione!”. Apro il portone e la ragazza carina del sesto piano, fidanzato incorporato, mi chiede se salgo con l’ascensore, ma rispondo che sono grasso e devo fare esercizio. Sette piani, e adesso che li faccio a piedi da un po’ le visioni mistiche non iniziano prima del quinto. Mi lavo i denti, mi faccio la doccia, accendo il pc cercando qualche traccia di umanità—anche virtuale—ma non ne trovo; e così, rassegnato, vado a letto.

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