Astratti furori

Ancora, Harry, ancora…

Posted in ...furori malinconici... by maelström on sabato, 18 giugno 2011 10:22 CEST

Qualche giorno fa ho appreso, con immenso dispiacere, che Harry Bernstein è morto. Da tempo, periodicamente, visitavo la sua pagina di Wikipedia, scongiurando che apparisse una seconda data accanto a quella, così lontana, della sua nascita: 30 maggio 1910. Ammetto che, in parte, lo facevo per uno scopo egoistico: sapevo che Bernstein stava scrivendo il suo ultimo libro e volevo davvero che lo terminasse. Il 7 giugno 2011 si è spento alla veneranda età di 101 anni un uomo che ha avuto il coraggio di impugnare la penna alla bellezza di 93 anni. Complice la solitudine per la dolorosissima perdita della sua Ruby, dopo 67 anni di vita insieme, Harry un giorno ha deciso di mettersi di fronte alla sua IBM Selectric e dare la stura ai ricordi.

Ha raccontato la sua vita spezzandola in tre romanzi, molto belli, che ho letteralmente divorato. Le sue memorie sono narrate in maniera così toccante; i ricordi sono talmente lucidi; le immagini talmente vivide, che non si può fare a meno di stare ad ascoltare, partecipare alla sua storia e chiedergli di raccontare ancora e ancora. Leggo sul NYT che fortunatamente ha completato il suo quarto libro, What Happened to Rose, e che questo verrà pubblicato in Italia nel 2012. Dovremmo venire a sapere che cosa accadde a sua sorella maggiore. Lo attenderò fremente.

È strano come Bernstein sia riuscito a colpire il cuore degli italiani, in particolare. In ogni necrologio che ho letto su giornali stranieri, si fa menzione del grande seguito di cui lo scrittore godeva in Italia e dei numerosi lettori italiani che hanno attraversato l’oceano per andare a trovarlo. È esattamente ciò che avrei voluto fare anch’io, ma non ce n’è stato il tempo. Avrei voluto sedermi accanto a lui e chiedergli di raccontare e non smettere mai: ancora, Harry, ancora.

Per rendergli omaggio, riporto le mie recensioni ai suoi tre bei romanzi: Il muro invisibile, Il sogno infinito e Il giardino dorato:

Sto girando e rigirando questo romanzo tra le mani nel tentativo di carpirne la vera essenza, distillarla, tramutarla in parole. Non è facile. Sarebbe meglio lasciar dissipare le emozioni, prima. Quel monello continua a guardarmi dalla copertina ed io a sorridergli. Le vicende narrate da ‘arry (senz’acca, come la lingua degli inglesi poveri del Lancashire) hanno un sapore dickensiano. Ambientate in una Stockport dei primi del novecento, rimandano alla miseria descritta da John Steinbeck. La voce del piccolo protagonista ha la stessa innocenza della Scout di Harper Lee. In queste pagine c’è quanto di meglio ci si possa aspettare: una bella storia, delicata e commovente, che si scopre a poco a poco per mezzo di una narrazione dal ritmo intenso e costante. Il novantaseienne Bernstein descrive con strabiliante lucidità le vicende della propria infanzia, sino alla prima adolescenza, coinvolgendo il lettore al punto tale da far apparire, vivido e palpabile, ciascun personaggio. Vividi e palpabili sono i suoi familiari e gli abitanti al di qua e al di là di quel muro invisibile, che allora divise, oggi divide e sempre dividerà mondi inavvicinabili. Ci si ritrova, dopo l’ultima pagina chiusa di malavoglia, a fissare la cartina della città, cercando di individuare l’India Mills, o la scuola St. Peter o Mersey Square o Brook Street, sforzandosi di ricordarli, come se in quei luoghi si fosse vissuti anche noi. Concordo totalmente con chi, sul New York Times, ha descritto questo romanzo come «una storia profondamente toccante». È esattamente così.

Mi sono accostato a questo libro con il timore che si riserva, di solito, alle “continuazioni”. Ma Bernstein non mi ha deluso; no, non poteva! Questo romanzo, approdo naturale per chi viene da “Il muro invisibile”, tiene incollato il lettore alle proprie pagine esattamente come il predecessore. Bernstein ha quella facoltà magica di coinvolgere in una lettura appassionata, perché appassionato è il racconto. Sorprende il lettore, ad ogni angolo, con i tormenti, gli amori, i dolori e le gioie (rare) della sua vita vera e dura. Non si può non continuare ad amare sua madre, la dolce chioccia che si inizia a conoscere nel romanzo precedente; non può non inasprirsi l’odio per il burbero padre padrone; non ci si può non innamorare della dolce Ruby, sotto il salice piangente. Non si può non soffrire, commuoversi e gioire insieme a ‘arry. Scrittore e lettore, in queste pagine, sono una cosa sola. Ho divorato questo romanzo in soli due giorni ma non ho tempo di fermarmi, è già ora di tuffarmi ne “Il giardino dorato”. Non senza un po’ di tristezza nel cuore, sapendo che è l’ultimo della serie e consapevole che Bernstein, classe 1910, si sente troppo vecchio (ahimè) per scrivere ancora.

Il meraviglioso epilogo della storia narrata ne “Il muro invisibile” e continuata ne “Il sogno infinito”. Ho divorato questo libro come gli altri due, ma questa volta tristemente consapevole che non ci sarebbe stata continuazione. Ci sono molte ripetizioni, ma è normale che sia così: l’autore non può essere certo che il lettore conosca anche gli altri due romanzi, per cui si limita a citare certi episodi narrati in essi, descrivendoli sommariamente, senza diventare noioso per chi, invece, ne è già a conoscenza. Personalmente consiglio la lettura dei due romanzi precedenti, prima di approdare al terzo. La mancanza di Ruby, che si conosce e si impara ad amare, tutti insieme, ne “Il sogno infinito”, in queste pagine si sente fortissima, e palpabile e commovente è l’immenso dolore di Bernstein per la sua scomparsa. Chiunque abbia dubbi sul fatto che due persone possano amarsi profondamente, li lasci dissipare leggendo questo romanzo. Ho apprezzato l’alternarsi del tempo presente e del tempo passato, capitolo per capitolo. Ammetto di essermi dovuto fermare, di tanto in tanto durante la lettura, chiudendo gli occhi per qualche secondo, aspettando di metabolizzare il grande dolore che Bernstein è così bravo a trasmettere.
Peccato per la traduzione italiana del titolo. Per essere in linea con il contenuto, sarebbe dovuto essere “Il salice dorato” (che è ciò che significa il titolo originale “The Golden Willow“). Spero tanto che Bernstein non si lasci sopraffare dai suoi 100 anni e continui a scrivere ancora e ancora e ancora.

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2 Risposte

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  1. Anna said, on sabato, 18 giugno 2011 13:47 CEST at 13:47

    Personalmente non amo molto questo scrittore, ma rendo onore alla sua vita così incredibile!

    Anna

    • maelström said, on sabato, 18 giugno 2011 20:47 CEST at 20:47

      Ciao Anna, non ti sono piaciuti i suoi libri?


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