Astratti furori

Ci risiamo…

Posted in ...furori politici... by maelström on venerdì, 24 giugno 2011 9:29 CEST

Ci risiamo: ogni qual volta esponenti di maggioranza e governo, o loschi affaristi a loro cari, vengono colti con le mani nella marmellata, quello a cui si pensa è imbavagliare i mezzi di informazione perché non portino a galla il zozzume.

Riciccia fuori il decreto sulle intercettazioni. Tempo di assicurarsi che la maggioranza in Parlamento è solida, dopo gli scossoni delle amministrative e del referendum, e si punta dritti al salvacondotto per sé e per i propri amichetti, sbandierando ancora e ancora l’attacco delle fantomatiche toghe rosse.

Ormai, questa oligarchia autocratica non si preoccupa neanche più del fenomeno, più che palese, di causa-effetto percepibile dall’opinione pubblica.

Conoscevamo la P2. Non abbiamo fatto a tempo ad abituarci alla P3, che è spuntata la P4. Mi chiedo quanto tempo passerà fino alla P5, alla P6, alla P7, …

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Ancora, Harry, ancora…

Posted in ...furori malinconici... by maelström on sabato, 18 giugno 2011 10:22 CEST

Qualche giorno fa ho appreso, con immenso dispiacere, che Harry Bernstein è morto. Da tempo, periodicamente, visitavo la sua pagina di Wikipedia, scongiurando che apparisse una seconda data accanto a quella, così lontana, della sua nascita: 30 maggio 1910. Ammetto che, in parte, lo facevo per uno scopo egoistico: sapevo che Bernstein stava scrivendo il suo ultimo libro e volevo davvero che lo terminasse. Il 7 giugno 2011 si è spento alla veneranda età di 101 anni un uomo che ha avuto il coraggio di impugnare la penna alla bellezza di 93 anni. Complice la solitudine per la dolorosissima perdita della sua Ruby, dopo 67 anni di vita insieme, Harry un giorno ha deciso di mettersi di fronte alla sua IBM Selectric e dare la stura ai ricordi.

Ha raccontato la sua vita spezzandola in tre romanzi, molto belli, che ho letteralmente divorato. Le sue memorie sono narrate in maniera così toccante; i ricordi sono talmente lucidi; le immagini talmente vivide, che non si può fare a meno di stare ad ascoltare, partecipare alla sua storia e chiedergli di raccontare ancora e ancora. Leggo sul NYT che fortunatamente ha completato il suo quarto libro, What Happened to Rose, e che questo verrà pubblicato in Italia nel 2012. Dovremmo venire a sapere che cosa accadde a sua sorella maggiore. Lo attenderò fremente.

È strano come Bernstein sia riuscito a colpire il cuore degli italiani, in particolare. In ogni necrologio che ho letto su giornali stranieri, si fa menzione del grande seguito di cui lo scrittore godeva in Italia e dei numerosi lettori italiani che hanno attraversato l’oceano per andare a trovarlo. È esattamente ciò che avrei voluto fare anch’io, ma non ce n’è stato il tempo. Avrei voluto sedermi accanto a lui e chiedergli di raccontare e non smettere mai: ancora, Harry, ancora.

Per rendergli omaggio, riporto le mie recensioni ai suoi tre bei romanzi: Il muro invisibile, Il sogno infinito e Il giardino dorato:

Sto girando e rigirando questo romanzo tra le mani nel tentativo di carpirne la vera essenza, distillarla, tramutarla in parole. Non è facile. Sarebbe meglio lasciar dissipare le emozioni, prima. Quel monello continua a guardarmi dalla copertina ed io a sorridergli. Le vicende narrate da ‘arry (senz’acca, come la lingua degli inglesi poveri del Lancashire) hanno un sapore dickensiano. Ambientate in una Stockport dei primi del novecento, rimandano alla miseria descritta da John Steinbeck. La voce del piccolo protagonista ha la stessa innocenza della Scout di Harper Lee. In queste pagine c’è quanto di meglio ci si possa aspettare: una bella storia, delicata e commovente, che si scopre a poco a poco per mezzo di una narrazione dal ritmo intenso e costante. Il novantaseienne Bernstein descrive con strabiliante lucidità le vicende della propria infanzia, sino alla prima adolescenza, coinvolgendo il lettore al punto tale da far apparire, vivido e palpabile, ciascun personaggio. Vividi e palpabili sono i suoi familiari e gli abitanti al di qua e al di là di quel muro invisibile, che allora divise, oggi divide e sempre dividerà mondi inavvicinabili. Ci si ritrova, dopo l’ultima pagina chiusa di malavoglia, a fissare la cartina della città, cercando di individuare l’India Mills, o la scuola St. Peter o Mersey Square o Brook Street, sforzandosi di ricordarli, come se in quei luoghi si fosse vissuti anche noi. Concordo totalmente con chi, sul New York Times, ha descritto questo romanzo come «una storia profondamente toccante». È esattamente così.

Mi sono accostato a questo libro con il timore che si riserva, di solito, alle “continuazioni”. Ma Bernstein non mi ha deluso; no, non poteva! Questo romanzo, approdo naturale per chi viene da “Il muro invisibile”, tiene incollato il lettore alle proprie pagine esattamente come il predecessore. Bernstein ha quella facoltà magica di coinvolgere in una lettura appassionata, perché appassionato è il racconto. Sorprende il lettore, ad ogni angolo, con i tormenti, gli amori, i dolori e le gioie (rare) della sua vita vera e dura. Non si può non continuare ad amare sua madre, la dolce chioccia che si inizia a conoscere nel romanzo precedente; non può non inasprirsi l’odio per il burbero padre padrone; non ci si può non innamorare della dolce Ruby, sotto il salice piangente. Non si può non soffrire, commuoversi e gioire insieme a ‘arry. Scrittore e lettore, in queste pagine, sono una cosa sola. Ho divorato questo romanzo in soli due giorni ma non ho tempo di fermarmi, è già ora di tuffarmi ne “Il giardino dorato”. Non senza un po’ di tristezza nel cuore, sapendo che è l’ultimo della serie e consapevole che Bernstein, classe 1910, si sente troppo vecchio (ahimè) per scrivere ancora.

Il meraviglioso epilogo della storia narrata ne “Il muro invisibile” e continuata ne “Il sogno infinito”. Ho divorato questo libro come gli altri due, ma questa volta tristemente consapevole che non ci sarebbe stata continuazione. Ci sono molte ripetizioni, ma è normale che sia così: l’autore non può essere certo che il lettore conosca anche gli altri due romanzi, per cui si limita a citare certi episodi narrati in essi, descrivendoli sommariamente, senza diventare noioso per chi, invece, ne è già a conoscenza. Personalmente consiglio la lettura dei due romanzi precedenti, prima di approdare al terzo. La mancanza di Ruby, che si conosce e si impara ad amare, tutti insieme, ne “Il sogno infinito”, in queste pagine si sente fortissima, e palpabile e commovente è l’immenso dolore di Bernstein per la sua scomparsa. Chiunque abbia dubbi sul fatto che due persone possano amarsi profondamente, li lasci dissipare leggendo questo romanzo. Ho apprezzato l’alternarsi del tempo presente e del tempo passato, capitolo per capitolo. Ammetto di essermi dovuto fermare, di tanto in tanto durante la lettura, chiudendo gli occhi per qualche secondo, aspettando di metabolizzare il grande dolore che Bernstein è così bravo a trasmettere.
Peccato per la traduzione italiana del titolo. Per essere in linea con il contenuto, sarebbe dovuto essere “Il salice dorato” (che è ciò che significa il titolo originale “The Golden Willow“). Spero tanto che Bernstein non si lasci sopraffare dai suoi 100 anni e continui a scrivere ancora e ancora e ancora.

“Non tutte le cose sono bianche o nere…”

Posted in ...furori sociali... by maelström on venerdì, 17 giugno 2011 13:25 CEST

Ancora con questa storia della malattia. Ancora. Nel 2011, ancora si parla dell’omosessualità come un morbo da curare. C’è addirittura chi, come Fabio Federico, sindaco di Sulmona (ovviamente un conservatore del PdL), nonché medico (!), afferma che trattasi di “aberrazione genetica”. Ma come si fa?? Ma ancora co ‘ste scemenze nazi-cattolico-medievali?? Ma quando ci libereremo di questa gentaglia che si ostina a voler appuntare triangoli rosa sul petto del prossimo?

Ma si può discutere di un tema delicato come la sessualità con uno che afferma: “Se hai degli ormoni maschili e un genoma maschile, fai il maschietto”? Fai il maschietto?! Poi, non contento, aggiunge: “Il contrario è fuori natura”. I concetti di “contrario” e “fuori natura” sono interessanti. Contrario rispetto a cosa? E che cos’è “natura”? Come al solito, mi tocca menzionare Alfred Kinsey, il quale ha illustrato i sette (SETTE!) livelli di sessualità umana; un range che comprende l’eterosessualità completa e l’omosessualità completa, così come le varie scale di grigio (perfettamente naturali) nel mezzo:

«Il mondo non è diviso in pecore e capre. Non tutte le cose sono bianche o nere. È fondamentale nella tassonomia che la natura raramente ha a che fare con categorie discrete. Soltanto la mente umana inventa categorie e cerca di forzare i fatti in gabbie distinte. Il mondo vivente è un continuum in ogni suo aspetto. Prima apprenderemo questo a proposito del comportamento sessuale umano, prima arriveremo ad una profonda comprensione delle realtà del sesso» — Alfred Charles Kinsey, Il comportamento sessuale nel maschio umano

È bene ribadire, per l’ennesima volta, che l’omosessualità NON È contro natura o fuori natura! La parola stessa è un’invenzione umana. Nel nostro DNA non c’è NULLA che marchi indelebilmente i nostri gusti sessuali. Se qualcuno è convinto del contrario, si accomodi e dimostri quanto crede.

La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’omosessualità come una normale variante del comportamento umano.

La scala Kinsey, peraltro, non risparmia neanche gli animali, con buona pace di coloro convinti che in natura viga solo il rigido legame maschio-femmina. Bruce Bagemihl[1], ha illustrato che solo il 79% dei gabbiani australiani è eterosessuale; il resto si divide tra omosessuali (10%) e bisessuali (11%). E così pure per il gabbiano comune: 22% omosessuali, 15% bisessuali; così per il macaco giapponese: 9% omosessuali, 56% bisessuali; così per i bonobo: 100% bisessuali; così per il cacatua pettorosa: 44% omosessuali, 11% bisessuali. Esistono peraltro bestioline, come pesci, lumache e lombrichi, che si godono il proprio ermafroditismo in santa pace.

Quelli sulle “aberrazioni genetiche” e sulle “patologie da curare”, sulle razze inferiori e sulla necessaria anormalità del “diverso”, sull’eugenetica e sulla “purezza”, sono discorsi già sentiti; si leggevano le stesse cose su “La difesa della razza”, 70 anni fa, a proposito di negri ed ebrei. Sappiamo com’è finita. Pena poi scoprire che le razze umane non esistono[2] o che certi argomenti venivano costruiti ad arte[3]. Si tratta di questioni di una scandalosa stupidità, che la storia tende ad archiviare in quanto tali, a meno dell’imbecille di turno che salta fuori, a intervalli regolari, e le risbandiera come fossero verità nascoste che i suoi tre neuroni hanno il coraggio di portare a galla.

Questo “medico” (si fa per dire: non mi farei prescrivere neanche un’aspirina da uno così), tira fuori espressioni come “perfettamente uomo” e “perfettamente donna”, “crescita e vita normale” senza addurre alcuna definizione di “perfezione” o di “normalità”. Che cosa significa essere perfetti e normali? Essere come Fabio Federico? Che madre natura ce ne scampi e liberi! Dov’è il marchio genetico dell’omosessuale? Che il “dottore” si degni di pubblicare uno straccio di articolo dimostrativo in merito, portarlo all’attenzione dei colleghi, sottoporlo ad un’attenta peer review nella comunità scientifica. Altrimenti ingoi le sue fesserie da bigotto conservatore sorpassato dalla storia e taccia.

Io invito a diffidare, sempre, da chi considera lo stadio raggiunto dall’uomo come un livello “perfetto” dell’essere. È la stessa, miope, becera visione che possiede quella scandalosa organizzazione, stracolma di pederasti repressi, chiamata Santa Romana Chiesa.

Il giorno che ci disfarremo di omuncoli assurdi come Fabio Federico, sindaco di Sulmona, e che la gente sarà finalmente libera di guadagnarsi la felicità ed amarsi senza che qualcuno voglia a tutti i costi trascinarla tra le fiamme di un inferno terrestre, il mondo comincerà ad essere un posto migliore: Dilige et quod vis fac!


[1] Bruce Bagemihl, Biological Exuberance: Animal Homosexuality and Natural Diversity, (St. Martin’s Press, New York, 1999. ISBN 0312192398)

[2] Guido Barbujani, L’invenzione delle razze, (Bompiani, 2006. ISBN 9788845257452)

[3] http://it.wikipedia.org/wiki/Protocolli_dei_Savi_di_Sion

La vera Italia peggiore…

Posted in Senza categoria by maelström on giovedì, 16 giugno 2011 10:39 CEST

I fatti non sono andati come dice lui. Brunetta mente sapendo di mentire. Ma non può fare altro, vista la figura barbina. Ho provato a lasciargli la mia “pacata” opinione sul suo blog, ma ovviamente i commenti—che avrà ricevuto a migliaia—sono censurati. YouTube, d’altronde, lo smentisce clamorosamente. La verità è che il ministro (sottolineo la parola perché ci fermiamo a ragionare sul fatto che questi sono i nostri governanti), sul finire della conferenza ha invitato la donna a salire sul palco. Il nanetto fremeva, però, perché aveva presentito il fastidioso olezzo del confronto, e così, non appena la ragazza ha annunciato di appartenere alla rete dei precari della pubblica amministrazione, lui ha pensato bene di darsela a gambe. Se l’è letteralmente svignata, accusando un non ben identificato soggetto di essere “L’Italia peggiore”. È un insulto che non si comprende bene; infatti, se è vero che “precario” = “Italia peggiore”, ne consegue che “55% dei giovani” = “Italia peggiore”. No, è un sillogismo che non quadra. Ah no, un attimo: si sa che l’Italia peggiore è quella degli onnipresenti bolscevichi disturbatori, che si appostano negli angoli delle sale conferenze, per poi saltare al collo degli onesti ministri, alla prima occasione utile, col solo subdolo intento di scatenare una tempesta mediatica. E sì, questo sì che è credibile.

La verità è che questo spregevole animaletto è fuggito miseramente; e gli insulti che ha ricevuto (degli “spintoni” non c’è traccia nel video) non sono la causa della sua dipartita, ma il giustificatissimo effetto di essa. È scappato come un verme, inciampando tra le sedie; nonostante il ghigno indignato, da munaciello malefico, aveva negli occhi la paura della preda braccata. La sua viscida figurina ha guadagnato l’uscita sgambettandosela tra le guardie del corpo, sgusciando nella berlina blindata, mentre veniva incalzata da chi cercava risposte. Pretendere risposte da un ministro! Che sfacciataggine!

La vera Italia peggiore è fatta di questi miseri mezzi uomini, insopportabili ominicchi, squallidi quaquaraqua, nani tronfi e vuoti, senza idee né risposte, che la storia consegnerà al passato come i prodotti assurdi del nostro tempo.

Una mattina mi son svegliato…

Posted in Senza categoria by maelström on martedì, 14 giugno 2011 8:45 CEST

Stamattina mi son svegliato… trasformato in un grosso insetto rosso. Dopo la giornata trionfale di ieri, oggi godo della mia metamorfosi comunista. Solo per qualche minuto. Appena in piedi, ho messo su i Modena City Ramblers e ho “pogato” mentre mi vestivo. Esistono tante belle sensazioni nella vita ed una di queste è alzarsi al mattino ed accorgersi che non si è sognato che il proprio paese fosse sveglio: lo era sul serio. Ho comprato La Repubblica e il Corriere della Sera, con l’intenzione di conservarne le prime pagine e gli articoli più importanti. È una giornata storica, o almeno questo è quello che mi piace pensare. Spero davvero che questo referendum, come gli altri riusciti all’epoca, segni la fine di un’era politica. Continuo a pogare; solo per qualche minuto: il tempo di disilludermi e tornare ad incazzarmi col mio paese.

Grazie! Grazie! Grazie! Grazie!

Posted in Senza categoria by maelström on lunedì, 13 giugno 2011 18:28 CEST

Aspettando il quorum…

Posted in Senza categoria by maelström on lunedì, 13 giugno 2011 1:48 CEST

Stasera leggo un dato confortante: allo scadere delle 22, alle urne si è recato il 41,1% degli aventi diritto al voto. Se le proiezioni statistiche non sono opinioni — o, almeno, se non lo sono del tutto — si dovrebbe riuscire in quella fatica erculea che è, in Italia, raggiungere il quorum per un referendum abrogativo. Domani, lunedì, alle 15, si chiuderanno i seggi e si valuterà il risultato di un’importante partita. Ho percepito tanta mobilitazione per questa vera e propria chiamata alle armi contro un motore governativo che ormai gira a vuoto; un sommovimento di anime e corpi che mi sta facendo ben sperare. Forse una parte di italiani si sta svegliando (forse!). Spero, domani, di scrivere quattro grazie ai miei connazionali. Non mi importa che il referendum sia inutile; non importa davvero se è scontato che il nucleare non si farà mai, dopo Fukushima; non importa davvero che il legittimo impedimento non si riuscirà mai ad usare come salvacondotto per un solo uomo, visto il sensibile ridimensionamento attuato dalla Corte Costituzionale; non importa davvero che le domande sull’acqua siano pasticciate, che essa è e rimarrebbe un bene pubblico anche con la vittoria dei no. Non è importante la polemica tecnica che vedo imperversare sui mass media. Quel che importa davvero è che, dopo la cocente disfatta di Milano e il boccone amarissimo di Napoli, il castello di sabbia berlusconiano incassi un altro importante scossone politico. È importante che emerga, finalmente e chiaramente, il distacco non più tollerabile tra un’oligarchia autocratica che spinge in una direzione e la base dei cittadini che tira dall’altra; tra un uomo malato, finito politicamente, e uomini e donne sani, che anelano a un futuro migliore. È ora che gli italiani spalanchino le finestre di quel luogo chiuso e tetro che è diventata la loro nazione: che arrivi aria nuova a sostituire il tanfo mefitico che ci infesta da 17 anni. È davvero ora che l’uomo che ha fregato un intero paese venga archiviato come uno dei momenti più bui di questa malandata repubblica.

Spero che si raggiunga il quorum e che vincano i sì. Spero che questo risultato stia alla nostra democrazia come la precipitazione della statua del tiranno sta alla fine di una brutta dittatura. Spero che il sapore amaro di un ventennio di nanismo fisico e politico sia finalmente quello del vaccino a cui auspicava Montanelli: mandarlo al potere per convincersi a non mandarcelo più.

Aspetto (e spero).

…poste, giovanotti, pezze e canotti…

Posted in Senza categoria by maelström on martedì, 7 giugno 2011 22:50 CEST

Mi fa molto ridere, in questi giorni, il gran fracasso che si sta facendo attorno al disservizio causato dal fatidico “nuovo software” installato presso le Poste Italiane. Intendiamoci: rido per non piangere. Leggo la stizza di Agcom sui giornali, le rampogne dell’Antitrust, le indignazioni delle varie associazioni di consumatori, le lamentele degli utenti che non possono pagare bollette e prelevare pensioni. Sì, rido. Rido perché, come sempre, ci si indigna quando frana la montagna; ma a mettere dei paletti prima, per evitare che frani, nessuno ci pensa. La verità è che è tutto il mondo dello sviluppo software a fare acqua, e se certi meccanismi venissero corretti in tempo, probabilmente questi “blocchi” si eviterebbero. Non è vero, caro Catricalà, che un guasto che tiene fermo il paese per giorni e giorni è una cosa normale, che può capitare a tutti. Non è vero che Poste Italiane è un’azienda come tutte le altre. Le Poste, come tante altre aziende con una missione critica, devono garantire un buon servizio, senza intoppi di sorta. Ma d’altronde, se lo stato di salute di un paese si deduce dall’efficienza del suo servizio postale – come qualcuno ha detto – si capisce bene il perché di questa situazione. Nel campo dello sviluppo software, in Italia (ma non solo), vige la politica del cosiddetto body rental (letteralmente “affitto dei corpi”).  È un’espressione del tutto nostrana: non esiste in inglese, così come non esiste footing. È che a noi italiani, quando maneggiamo la merda, piace indossare i guanti bianchi dell’idioma anglosassone. Così sembra Nutella. La verità è che il body rental non è troppo dissimile dal puro e semplice meretricio, senonché, invece di avere donnette che offrono prestazioni sessuali, si hanno giovanotti in giacca e cravatta che offrono consulenze informatiche. I risultati, a volte, esattamente come certi incontri sessuali mercenari, possono essere disastrosi. Già, si chiamano “consulenze”, benché ci sia ben poco, nei fatti, da consulĕre. La spiego in maniera semplice: esistono grandi aziende – come le Poste, appunto – che appaltano lo sviluppo di certi sistemi sofware ad aziende di informatica, le quali “fittano” letteralmente il proprio personale a cifre molto spesso esorbitanti (ovvero dell’ordine di centinaia di euro al giorno). Queste aziende di solito si rifanno ad altre aziende, le quali, a loro volta, si affidano ancora ad altre: scatole cinesi. Matrioske di dirigenti che non fanno altro che stare seduti, ricevere soldi, intascarne una parte e passare il resto. Catene, a volte di 3 o 4 fornitori l’uno in coda all’altro, che succhiano dalla grande mammella appaltatrice originaria. Il personale “consulente” spedito a sporcarsi le mani è molto spesso composto da giovinastri neolaureati incompetenti (per definizione stessa di “neolaureato”), il cui cervello è stato debitamente lavato, a cui si è richiesto di indossare una cravatta (la quale, notoriamente, blocca l’afflusso di sangue al cervello ed impedisce un corretto esercizio autocritico), e a cui si è offerto un nome altisonante da appuntarsi sul petto. Come se lavorare per Accenture o IBM o HP rendesse ipso facto intelligenti e capaci. Ma tanto non importa niente a nessuno che il software funzioni, sia efficiente e risolva i problemi della gente. Lo si tira su come le cartonate dei set cinematografici, lo si fa stare in piedi con un po’ di sputo, e intanto si intasca il budget. Quel che accade dopo è secondario. Un blocco? Ci si mette una pezza. Un altro blocco? Altra pezza. E nel tempo i sistemi informativi diventano come quei canotti che si aveva da bambini: sempre più rattoppati, perché non c’erano abbastanza soldi per comprarne di nuovi. Nell’informatica però è diverso: i soldi, specie se pubblici, ci sono eccome, e il business, quello vero, è farli girare: fare e disfare, fare e disfare, fare e disfare… Ad libitum.

…s’io m’intuassi, come tu t’inmii…

Posted in Senza categoria by maelström on mercoledì, 4 maggio 2011 12:13 CEST

«Già non attendere’ io tua dimanda,
s’io m’intuassi, come tu t’inmii»

– Divina Commedia, Paradiso, Canto IX, 80-81

Continuo a non capire. Continuo a non comprendere come facciano gli uomini a non provare l’irresistibile desiderio di immedesimarsi negli altri. Gli eventi degli ultimi giorni agitano dubbi che risiedono nel mio cervello da molto tempo. E la cosa mi tormenta. Perché nell’uccisione dell’altro non riusciamo a vedere la nostra stessa uccisione? Perché nella sofferenza di un malato non riconosciamo il nostro stesso dolore? Perché i carnefici non sanno mai specchiarsi nelle vittime? Continuo a dannarmi nel cercare di capire. Dopo 36 anni, posso ben dire che la mia testa è piena di perplessità, più che certezze. Non ho compreso molto, finora, di questa cosa chiamata vita; non ne ho trovato la chiave di lettura… e forse è proprio questo che mi salva? Forse è proprio non recintarsi, restare aperti, disponibili all’introiezione, a tenerci in vita? Non è il cuore che deve pulsare, ma il cervello. Ecco, sì, forse è così. La morte forse arriva quando ci completiamo: se siamo soli, noi e noi stessi, il cerchio è chiuso, si può finire di vivere anche subito. Sì, io sono immortale, e lo sarò fino a che non avrò raggiunto certezze tali da poter serrare la porta della mia anima e perciò smettere di far pulsare cervello e cuore. Fino ad allora, sarò tremendamente attratto dalla voglia di squarciare il mio prossimo, per capire che cosa c’è dentro, e se quello che c’è dentro di lui è uguale a quello che c’è dentro di me; se il blu che vedo io è il blu che vede lui, se le lacrime e la gioia hanno lo stesso sapore. Io devo capire!

Something terribly wrong, dear Americans

Posted in Senza categoria by maelström on lunedì, 2 maggio 2011 13:40 CEST

C’è qualcosa di profondamente sbagliato. Questa è la primissima impressione che ricevo, nel guardare le immagini dei newyorkesi in festa. Osama Bin Laden sarebbe morto, ucciso con un colpo in testa dai soldati americani che lo inseguono da 10 anni. Gli americani quindi riempiono le piazze, agitano l’Old Glory, gioiscono, si baciano, si caricano i figli in spalla, esultano. Il presidente degli Stati Uniti ammette: “giustizia è fatta”. C’è qualcosa di profondamente sbagliato. E di spaventoso. Se il verbo “ammazzare” può assumere una connotazione positiva a seconda dei casi; se “uccidere” è accettabile fintantoché noi siamo i “buoni”, allora con che coraggio condannare un uomo che, percependo d’aver subito un’ingiustizia, scende in piazza, fa una strage tra la folla, e con la bava alla bocca esulta “giustizia è fatta!”? A prescindere dal soldato che ha materialmente compiuto l’atto, chi ha ucciso veramente Osama Bin Laden? Non è forse l’intera società americana ad averlo fatto? Non è forse ciascuno di quegli americani scesi in piazza ad aver premuto il grilletto? E non è forse la stessa ragione per cui ciascuno di quegli americani verrebbe sottoposto ad un’iniezione letale? C’è qualcosa di profondamente sbagliato. Mi chiedo come facciano, in queste ore, certi genitori americani a spiegare ai propri figli a cavalcioni sulle spalle il motivo di tanta gioia.